Wanderlust. Riflessioni sul senso del viaggiare ai tempi del Covid19, in attesa di ripartire

viaggiare ai tempi del Covid19

Cosa vuol dire non viaggiare ai tempi del Covid19?

Quasi tre settimane dall’inizio della quarantena, un termine che non avrei mai pensato di utilizzare per raccontare un qualcosa di così reale e vicino. Per la prima volta siamo fermi nelle nostre case, tra quotidianità da reinventare, strane convivenze da riequilibrare, solitudini e mancanze da colmare. Ognuno con le sue reazioni, i suoi sentimenti e le sue emozioni.
 
E per chi ama viaggiare questa sosta forzata apre una finestra sul reale senso di questa mancanza. Cosa vuol dire veramente viaggiare. Cos’è che fa nascere dentro di noi quel desiderio di fuga dall’ordinario? Quali sono le emozioni associate e quali le emozioni che invece stiamo attualmente provando.

E’ dalle emozioni che voglio partire per scrivere questa pagina di appunti sparsi in questo particolare momento.

In questo tempo nuovo che si è aperto nelle nostre vite sto leggendo un libro molto stimolante. L’atlante delle emozioni umane della storica inglese Tiffany Watt Smith. Un viaggio tra le differenze e le similitudini emozionali tra le varie popolazioni del mondo. Con interessantissimi rimandi intertestuali, che collegano i vari lemmi tra loro, accompagnati da riferimenti culturali con citazioni filosofiche e letterarie per inquadrare le emozioni descritte in una prospettiva più ampia.

Tra le varie voci ce ne è una che ha richiamato subito la mia curiosità: “Wanderlust”. Più volte abbiamo inteso il viaggiare come uno stato d’animo più che un’azione. Famosa è la citazione di Marcel ProustIl vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” gettonatissima tra le caption degli Instagramers che cercano frasi sul viaggio per accompagnare le loro foto. 

Ma qual è la storia di questo stato d’animo? La prima vittima della “wanderlust” fu un operaio di Bourdeaux che nel 1886 venne ricoverato in ospedale dopo un esaurimento. Pare avesse attraversato la Francia a piedi senza averne memoria. Per descrivere la patologia dell’uomo venne coniato il termine dromomania: il bisogno irrefrenabile e inappagabile di camminare, senza per forza un obiettivo concreto. Una sorta di turismo patologico. Fu per opera dei romantici che venne introdotto il termine Wanderlust, il cui significato originariamente era “il piacere di fare escursioni” in solitaria. 

Oggi a questo termine diamo un significato più ampio. Desiderio di avventura, di scoperta, di fare un’esperienza diversa. Il desiderio di scalare una montagna, di lasciare le nostre impronte sulla sabbia di un deserto, di scoprire un villaggio remoto.

Un senso e un sentimento profondo come l’amore e la rabbia. Un senso di irrequietezza, quasi una nostalgia verso un posto che non abbiamo mai visto. I finlandesi chiamano questo desiderio “Kaukokaipuu”.

Si a volte vorremmo trovarci ovunque, tranne nel posto in cui siamo. Un sentimento innato e istintivo quello di vagabondare, una necessità per molti che trovano nel viaggiare, nel “muoversi” verso una destinazione il senso stesso della propria vita. Uno sfogo irrazionale, magari con la speranza di lasciarsi dietro alle spalle i propri problemi emotivi. 

E ora? Che succede a questa irrazionalità, a questi sentimenti? Ora che non posso viaggiare e scappare nella natura, anche vicina, per respirare? Che vuol dire non viaggiare ai tempi del Covid19?

La mia mente e il mio cuore hanno bisogno di tempo per metabolizzare. E’ la mia forma di meditazione, sicuramente lo yoga in questi anni mi sta positivamente influenzando in questa direzione. E di questo ringrazio le mie insegnanti Leonora e Marina. Il tempo mi aiuta a interrogarmi sul senso delle singole cose, a mettere a fuoco le esperienze e le emozioni. Quel “Io sono” che funziona come mantra per pensare al qui e ora, momento di contatto e di centratura con se stessi nel presente. E’ un allenamento quotidiano

E ora più che mai questo allenamento diventa il mio respiro nella giornata. Per me infatti questo è stato uno stop un pò diverso. Il mio viaggio mancato era verso un nuovo inizio di vita, in un posto lontano, un muoversi per ricominciare. Quindi la prima sensazione che ho provato è stata di delusione, nel senso della parola inglese disappointment, un appuntamento mancato.  E ora bisogna ridare forma a questa vita per l’ennesima volta, con la speranza che anche questo importante appuntamento per un nuovo inizio sia solo rimandato e che arrivi con un contemporaneo cambiamento in meglio di quello che c’è lì fuori ad aspettarci.

Stamattina leggevo un post di Nick Cave sul suo blog The Red Hand Files in cui rispondeva ai suoi fan che gli chiedevano se avrebbe fatto dirette streaming o altro. Amo e stimo molto questo artista che ha sempre un punto di vista interessante e maturo. Vi lascio uno uno stralcio della risposta:

there are other forms of engagement, open to us all. An email to a distant friend, a phone call to a parent or sibling, a kind word to a neighbour, a prayer for those working on the front lines. These simple gestures can bind the world together — throwing threads of love here and there, ultimately connecting us all — so that when we do emerge from this moment we are unified by compassion, humility and a greater dignity. Perhaps, we will also see the world through different eyes, with an awakened reverence for the wondrous thing that it is. This could, indeed, be the truest creative work of all.

Love, Nick x

Ecco di cose da fare, vedere ce ne sono anche troppe. Il web e i social, che sembrano in questo momento unire persone distanti, in realtà per me amplificano un senso di bulimia. E’ il momento di applicare il secondo mantra che mi hanno insegnato le mie maestre, senza incensi e senza sovrastrutture: less is more. Facciamo di meno per sentire di più. Nel frattempo continuo il mio yoga, curo il verde nella mia casa, dipingo foglie e sogno il profumo del mare, la mozzarella bollente filante, gli assembramenti ai concerti, quelli sì che mi mancano, i miei amici, la neve che non ho visto, mamma e papà.

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