PhEST, il festival internazionale di fotografia di Monopoli. See Beyond the Sea

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Può lo spettacolo del mare diventare ancora più poetico ed evocativo grazie al dialogo con l’arte? E’ quello che succede da ben sei anni nella città di Monopoli con il PhEST, il festival internazionale di fotografia. Chi ha visitato almeno una volta il PhEST sa di cosa si parla. Una meravigliosa città sul mare trasformata in una galleria a cielo aperto, dove arte e bellezza diventano spunto di riflessione e crescita collettiva. Perché la fotografia ha in sé questa forza e il PhEST trova il suo grande valore anche nella capacità di trattare questioni sociali e culturali del nostro tempo. 

Storia del PhEST

Il Festival di Fotografia internazionale, PhEST, nasce da una necessità, quella di provare a restituire una voce propria alle mille identità che compongono il mare in mezzo alle terre. Non ricucire una distanza, perché questo mare le mette in relazione tali identità, bensì ricucire la frattura tra il reale e la sue rappresentazioni, fuori dalla scena della verità che spesso l’Occidente è in grado di imbastire.

E in quale area geografica migliore se non la Puglia che volge il suo sguardo al Mediterraneo, ai Balcani, il Medio Oriente, l’Africa? E’ così che la fotografia contemporanea diventa medium perfetto per cominciare a ricostruire. Perché in perenne ridefinizione per i fotografi, le tecnologie, il mercato e il pubblico stesso. E soprattutto per l’enorme interesse che le persone continuano a riservarle.  

PhEST è affidato alla direzione artistica di Giovanni Troilo, la curatela fotografica di Arianna Rinaldo, e all’organizzazione dell’associazione PhEST.

L’edizione 2021 del Festival

Anche quest’anno il festival è tornato ad animare il centro di Monopoli e della Puglia dal 6 di agosto e terminerà il 1 Novembre. Oltre 20 artisti e progetti, con una formula prevalentemente outdoor per portare il museo tra la gente. Permettere a tutti di ammirare le opere passeggiando per il centro storico e il lungomare di Monopoli. O addirittura tuffandosi nelle acque cristalline della spiaggia del paese, perché l’opera di Erich Turroni si trova sott’acqua. Due grandi masse dalla forma ovoidale depositate sul fondo del mare. Sono volti stilizzati dalle sembianze femminili in un dialogo silenzioso, arcaico, quasi cristallizzato nella materia fossile della scultura. Le “Muse Silenti”.

Un’altra parte di opere sono esposte indoor nell’affascinante palazzo storico Palazzo Palmieri, nella chiesa SS. Pietro e Paolo e nella chiesa San Salvatore

Come tutti gli anni e le edizioni un tema centrale collega i lavori dei fotografi. Quest’anno è il tema del Corpo che indagano.

Palazzo Palmieri PhEST Percoco
Percoco

I progetti in mostra al PhEST, il festival internazionale di fotografia di Monopoli.

Indoor: Palazzo Palmieri,chiesa SS. Pietro e Paolo, chiesa San Salvatore

Si parte dagli scenari profetici di Phil Toledano con il suo progetto Maybe. Una raccolta di scatti in cui l’artista ha cercato di precorrere, attraverso test del DNA, consulenza di indovini e molte altre risorse, tutti i futuri possibili a lui riservati, tra vecchiaia, scenari al limite della distopia e morte.

Passiamo alle forme e i colori delle Womaneroes di Eliška Sky. Ritratti di donne di ogni etnia, età e forma ritratte in composizioni che le vedono protagoniste in una molteplicità di colori, forme e texture diverse.

Tra gli artisti di più grande rilievo di questa edizione sicuramente c’è l’italo palestineseMustafa Sabbagh. Il fotografo ha dedicato buona parte della sua carriera all’esplorazione del corpo nella sua più grande manifestazione materica. Al PhEST partecipa con due progetti. Tra quelli indoor la serie di scatti intitolata Onore al Nero. Con questo progetto Sabbagh vuole superare il simbolismo negativo solitamente associato a questo colore generato dalla fusione dell’intero spettro che assorbe ogni frequenza luminosa. Il nero, sublimato, diventa quindi emblema dell’accoglienza e del perdono del peccato originale che tutti gli esseri umani condividono.

Ancora l’ucronia di David Vintiner e Gemma Fletcher, con il progetto The Futurists in cui si parla di transumanesimo: la convinzione che gli esseri umani siano destinati a trascendere la propria carne mortale attraverso la tecnologia. 

Con Mario Cresci invece si approccia alla fotografia come prodotto della cultura materiale. Nei suoi Ritratti Reali, realizzati a Tricarico dal 1967 al 1972, gruppi familiari posano all’interno degli spazi domestici tenendo in mano le vecchie fotografie di loro stessi o dei loro antenati.

Andiamo in Giappone con FLESH LOVE ALL/RETURNS di Haruhiko Kawaguchi che con il suo progetto fotografa l’amore. Come? Confezionando sottovuoto diverse coppie, gli ambienti e i paesaggi intorno a loro.

Passiamo alla ricerca sull’identità di genere con Milan Gies nella serie State of Identity (stato di identità). Il fotografo ritrae chi è alla ricerca della propria identità di genere e sta attraversando una fase di transizione fisica.

L’artista cinesa Yufan Lu utilizza invece la fotografia per esplorare i meccanismi che si nascondono dietro la chirurgica estetica e come strumento terapeutico contro il self-body shaming.

Paolo Cirio con Capture parla invece del rischio delle nuove tecnologie di sorveglianza di massa. Lo fa con una serie di fotografie con oltre 4000 volti di poliziotti francesi, identificati da un software di riconoscimento facciale. Mentre Roberto Pugliese, con il suo EQUILIBRIUM VARIANT, indaga fenomeni formali ed estetici legati al suono, processi acustici e visivi e connessioni tra dimensione naturale e artificiale.

All’entrata di Palazzo Palmieri vi attende l’Alfabeto poetico monumentale di Tomaso Binga. L’artista rimette in questione, alla metà degli anni Settanta, i modelli estetici, sociali e culturali sulla narrazione de corpo femminile. Un corpo diviene adesso lettera, linguaggio, parola, assumendo così la dignità della scrittura e del messaggio, non più immaginario esclusivamente fallocentrico, come nell’uso dell’immagine pubblicitaria.

Tomas Biga PhEST

Outdoor

Mustafa Sabbagh e il progetto Corpus Fugit, frutto di una residenza artistica che ha portato il fotografo a ritrarre gli adolescenti del territorio nel suo stile inconfondibile. Questi ultimi lavori sono esposti nel Porto Vecchio del paese.

I “pantoni umani” di Angélica Dass, che con il suo progetto Humanae ha assegnato ad una serie di persone pantoni diversi, a seconda della gradazione della pelle.

Tadas Černiauskas, attraverso le sue immagini galleggianti, rende anticonvenzionali i corpi distesi sulle spiagge nella quotidianità estiva. Il progetto prende il titolo di Comfort Zone

Tadas Černiauskas PhEST

Paola de Grenet con Albino Beauty porta la bellezza sublime dei ritratti di persone affette da albinismo, dando voce ad un lato nascosto delle cose, attraverso l’aspetto pallido e delicato e una condizione di minoranza. 

Nancy Floyd porta il progetto Weathering Time, un calendario visivo oggi composto da oltre 2.500 fotografie. Un racconto dalla giovinezza fino all’inizio dell’età matura, riflettendo le esperienze generazionali, i cambiamenti culturali, tecnologici e fisici che si sono verificati negli ultimi trentanove anni.

Alicia Eggert che con la sua opera YOU ARE (ON) ISLAND, trasforma un’affermazione inizialmente ovvia in un’indagine riflessiva e filosofica. Attraverso la parola “on”, che lampeggia ad intervalli regolari. 

Alena Zhandarova racconta il progetto HIDDEN MOTHERHOOD. In epoca vittoriana le madri venivano coperte nei ritratti fotografici dei bambini, erano presenti ma lo spettatore non era incoraggiato a vederle. Come se le madri non fossero considerate meritevoli di attenzione, soprattutto se paragonate al loro bambino. 

Sanne De Wilde racconta il raro gene dell’acromatopsia, che causa la totale cecità ai colori.

In ultimo Fontanesi. Un account Instagram, in cui ogni immagine è composta dall’insieme di più foto, tagliate e poi assemblate insieme, dando vita a una raccolta di combinazioni visuali che inventano un nuovo quotidiano “per mostrare la realtà così com’è”. Con il progetto del collettivo Kublaiklan che lo trasferisce dal web alla realtà.

Pop-Up Open Call del Phest

Infine i progetti vincitori dellaPop-Up Open Call del Phest.

Partiamo con il vincitore internazionale Dongwook Lee con Wozu. Una serie che mostra gli stati di collisione interiore tra ego spaventati, individui che vogliono distogliere lo sguardo dalla verità e che, nonostante il clamore delle voci intorno a loro, rimangono in gran parte silenziosi. Attraverso il mix di acqua e corpi.

Vincitrice invece per la categoria Puglia Claudia Amatruda con WHEN YOU HEAR HOOFBEATS THINK OF HORSES, NOT ZEBRAS. “Il titolo fa riferimento ad un principio coniato dal prof. Woodward, che insegnava ai suoi medici: “Quando senti un rumore di zoccoli dietro di te, non aspettarti di vedere una zebra”. È gergo medico per arrivare a una diagnosi medica sorprendentemente rara laddove invece sarebbe più probabile una spiegazione più comune.

Per info sul progamma: https://www.phest.info/

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